Cernobyl, la triste fine dei “liquidatori”

Questo articolo è il primo di una serie dedicata ai 25 anni dal disastro nucleare più grave che noi conosciamo. Vogliamo con questo materiale ricordare l’incidente nucleare di Cernobyl, e le conseguenze che ancora oggi si fanno sentire sulla salute delle persone che vivono nelle zone contaminate, e soprattutto sui bambini che ogni anno ospitiamo presso le famiglie che generosamente si prestano a questo gesto di solidarietà.


L’articolo che segue è stato pubblicato il 19 marzo sul sito IlFattoQuotidiano, pochi giorni dopo il terremoto con conseguente tzunami abbattutosi sulle coste nord-orientali del Giappone, evento che ha causato l’incidente presso la centrale nucleare di Fukishima. In seguito a questo episodio stiamo assistendo ad un dibattito nucleare su scala mondiale, e di conseguenza tornano alla luce molti racconti, episodi, ricordi, riguardanti l’incidente di Cernobyl, sepolti dal tempo che passa e dall’idea che si tratti di un evento del passato. Mai come ora questo argomento risulta attuale: nel testo che segue leggiamo una commovente storia riguardante i “liquidatori”, ovvero gli eroi che per primi hanno cercato di scongiurare una catastrofe ancora più grande e che hanno dato la loro vita intervenendo sul luogo dell’incidente. Viene quindi presentato un paragone con gli uomini che in Giappone cercano ancora oggi di evitare un disastro nucleare, esponendosi a livelli di radiazioni elevatissimi, e rischiando la loro vita.


I 50 kamikaze di Fukushima stanno facendo la stessa fine degli eroi che si immolarono per spegnere il reattore numero 4 della centrale ucraina. Il Fatto vuole ricordarli attraverso la testimonianza straziante di una vedova, Valentina Panasevich, raccolta da Svetlana Alekseievic nel capolavoro “Preghiera per Chernobyl”

Chernobyl è il punto di incontro fra Dante e la Fantascienza.


La foresta nucleare che si è impadronita delle strade di Pripyat , la città che ospitava i lavoratori della centrale, è la versione moderna del “bosco dei suicidi”, mentre la torre di cemento e acciaio che copre il reattore N°4 incute lo stesso irriducibile terrore che emana ancora dai forni crematori o dai giganti immersi nel ghiaccio del Canto 31 dell’Inferno (“Sappi che non son torri, ma giganti..”).

Sulle pareti dei palazzi, le scritte di che inneggiano a Lenin hanno resistito alla pioggia, alla neve e alla perestroika, per cui si potrebbe dire che Pripyat è la Pompei del socialismo sovietico.

Gli unici abitanti della città sono i soldati che la proteggono (dicono) da saccheggiatori e criminali in fuga e le guide , che ti portano – non oltre 10 minuti – davanti al reattore n°4 per mostrarti, con un piccolo contatore Geiger, che la radioattività è nella norma.

Dalle pareti degli appartamenti abbandonati tentacoli di muffa biancastra si avventano sul visitatore e sugli oggetti abbandonati in fretta e furia il 26 aprile del 1986: una scarpa da donna, un davanzale, un pianoforte una bambola, degli spartiti…

A Pripyat, non si sente cantare un uccello. E’ come se fossero stati zittiti per sempre e nella foresta che circonda la città morta si vedono cartelli che vietano di accendere fuochi perché anche un piccolo incendio potrebbe disperdere nell’atmosfera i radionucleidi che avvelenano quello che una volta era la “natura”.

Quando nel 2002 ho filmato Chernobyl per il settimanale “Link” di Canale 5, ho incontrato i rifugiati che erano stati allontanati dall’area della centrale e che erano tornati a vivere a 7 km dal reattore. Mi dissero che, dopo aver girovagato per anni in campi profughi dove non avevano neppure la legna per scaldarsi, avevano deciso di tornare.

Le loro case , piccole isbe con le caratteristiche stufe di muratura alla russa, si distinguevano perché sorgevano linde e ben tenute in mezzo a centinaia di edifici abbandonati, scuole, villette, uffici, completamente conquistati dai rampicanti e dal bosco .

Le radiazioni?” mi dissero “Non ci pensiamo. Ormai siamo vecchi. Qui almeno abbiamo una casa.Vogliamo morire qui”. Sullo sfondo, la torre del reattore N°4 emanava un bagliore viola.

A Chernobyl ho filmato anche il monumento più triste del mondo: le statue di cemento grigio che ricordano i “Liquidatori” della centrale, i pompieri e gli operai che scelsero di andare incontro alla morte per spegnere il Moloch nucleare.

Oggi la parola “kamikaze” ha connotati solo negativi. Le stragi di civili di Al Qaeda o di Hamas hanno fatto dimenticare che anche la Resistenza ebbe delle squadre suicide come il commando di partigiani cecoslovacchi che giustiziò Reinhard Heydrich, detto “il boia” (der Henker) 25 anni dopo, a 8000 km di distanza , i 50 kamikaze di Fukushima stanno compiendo lo stesso sacrificio dei “Liquidatori” . Questi ultimi verranno ricordati tra poco più di un mese, il 26 aprile dal “Chernobyl day” insieme alle centinaia di migliaia di morti di cancro (500.000 secondo il Guardian) causati dall’incidente del reattore N°4.

Noi vogliamo ricordarli attraverso il ricordo di una vedova, Valentina Panasevich raccolto da Svetlana Alekseievic nel capolavoro “Preghiera per Chernobyl”.

“Poco fa ero così felice. Tutto è rimasto in un altro mondo. Non capisco come riesco a vivere. Mi sentivo paralizzata. La mattina mi svegliavo, cercavo di abbracciarlo. Dov’è? C’è il suo cuscino, il suo odore. Di sera la figlia mi dice che ha finito i compiti. All’istante mi accorgo che ho dei figli. Ma dove è lui? Lo penso finché non mi addormento… Non piangerò. Ormai ho perso questa capacità… Non mi lascia un’idea strana: ho visto quello che nessuno ha visto prima d’ora… Siamo primi a scoprire qualcosa di terribile.E’ andato a Chernobyl il giorno del mio compleanno. Faceva da montatore arrampichino. Viaggiava per tutto il paese ed io lo aspettavo sempre. Facevamo una vita da innamorati. Quel giorno erano preoccupate solo le nostre mamme. Noi invece eravamo tranquilli. La sua squadra, sette persone, sono morti tutti. Quando dopo tre anni è morto il primo pensavamo, che magari fosse un caso. Dopo è morto il secondo, il terzo… Ognuno già aspettava il suo turno. Mio marito è morto per ultimo. Era robusto, alto quasi due metri, pesava 90 chili, come si poteva immaginare? Staccavano la luce nei paesi abbandonati…Ah, quanto ero felice!

Era tornato. Era sempre una festa quando tornava. Indossavo una bella camicia da notte che avevo per quest’occasione. Conoscevo ogni angolo del suo corpo. A volte anche sognavo di essere una parte del suo corpo, eravamo indivisibili. Sentivo un dolore fisico quando andava via. Questa volta è tornato con i nodi linfatici sul collo. Li ho sentiti subito appena l’ho baciato. Sono nata per amare. Le mie compagne di scuola facevano progetti per il futuro: iscriversi all’università, partecipare a qualche impresa di Komsomol. Io invece volevo sposarmi ed amare, solo amare come Natascia Rostova in “Guerra e pace”. A nessuno potevo rivelarlo perché allora era lecito pensare solo di qualche impresa di komsomol, di coltivare la Siberia. L’ho conosciuto quando sono andata a lavorare alla centrale telefonica. Sono stata io a dirgli:”Sposami, ti voglio tanto bene!”. Mi sono innamorata da matta, volavo fra le nuvole…A volte cerco di consolarmi: magari la morte non è la fine, magari lui vive in qualche altro mondo. Leggevo libri e giornali, parlavo con la gente, volevo sapere tutto sulla morte per trovare qualche consolazione… Non posso stare da sola, eravamo indivisibili. Non voleva andare dal medico perché non sentiva nessun dolore. I nodo linfatici aumentavano. Ho insistito. L’hanno mandato subito dall’oncologo.

Dopo una settimana è stato operato. Gli hanno tolto completamente la tiroide e la parte di faringe. Ora capisco che questo era ancora un periodo felice… Ho imparato a dargli da mangiare tramite una cannuccia. Non sentiva ormai né odori, né sapori. Andavamo qualche volta al cinema e ci baciavamo lì: così ci sentivamo aggrappati alla vita. Poi un giorno non è più riuscito ad alzarsi dal letto. Avevamo ancora un anno tutto per noi, lui stava sempre peggiorando a vista d’occhio per tutto l’anno. Tutti i suoi colleghi erano già morti. Questo pensiero era insopportabile, nessuno sapeva che cosa vuol dire Chernobyl. Si scriveva tanto su questo argomento, ma siamo stati noi per primi a scoprire l’aspetto più orribile.

Volete sapere come si muore dopo Chernobyl? L’uomo che amavo, così che non avrei potuto amarlo di più neanche se fosse stato mio figlio, si trasformava sotto i miei occhi in un mostro, in un extraterrestre. Gli si è deformato il naso aumentando di circa tre volte. Gli occhi si sono spostati ed hanno assunto un’espressione sconosciuta. Ma questo non mi spaventava. Ero soltanto preoccupata che lui si vedesse così come era. Però insisteva affinché gli portassi uno specchio, me lo scriveva ripetutamente (comunicavamo scrivendo perché egli non riusciva nemmeno a sussurrare). Ma io facevo finta di niente. Dopo tre giorni sono stata costretta a portarglielo. Ci è rimasto male. Cercavo di consolarlo: non ti preoccupare, appena guarirai andremo a stare in qualche paesino abbandonato e ci vivremo noi due da soli. Non lo ingannavo, ero pronta ad andarmene in capo al mondo per lui. Mi confondo, non riesco a parlare.

Avevo 16 anni quando l’ho conosciuto. Aveva 7 anni più di me. Quando andavo all’appuntamento con lui scendevo alla fermata dopo per vedere da lontano che bel ragazzo mi aspettava. Per due anni non me ne accorgevo se era estate o inverno. Quanto ero felice! Non cambierei nulla in vita mia anche se le stelle mi avessero avvertita del mio destino. Il giorno del matrimonio non abbiamo trovato il suo passaporto. “E’ un brutto segno”, – piangeva la mia mamma. Non era amore, piuttosto un lungo innamoramento. Non so se sia lecito parlarne. Ci sono dei misteri, dei segreti. Anche adesso non capisco che cosa fosse. Aveva dei desideri fino all’ultimo mese. Mi chiamava di notte, mi amava più forte di prima. Di giorno quando lo guardavo non riuscivi a credere a ciò che era successo di notte. Non volevamo separarci. Lo sfioravo coccolando, mi ricordavo i momenti più felici della nostra vita. Non voleva morire. Ma cosa potevo offrirgli oltre i farmaci? Quale speranza? Non voleva morire…

Alla mamma non raccontava nulla, non avrebbe capito perché non era un solito tumore, era il tumore di Chernobyl, molto più terribile. I medici mi hanno spiegato: se le metastasi si fossero sviluppate dentro all’organismo sarebbe morto presto. Invece sono uscite tutte fuori. Le formazioni nere hanno coperto il corpo fino alla vita, era sparito il mento, il collo. La lingua uscita fuori, era diventata come una borsetta. Sanguinava perché si rompevano le vene. Gli mettevo sotto un catino. Anche adesso sento quel suono di zampilli di sangue. Non sapevo come aiutarlo. Al pronto soccorso ci conoscevano già e non volevano venire: non possiamo fare nulla per suo marito. Una volta è venuto un medico giovane, appena entrato mi ha detto:”Mia cara, le auguro che lui muoia al più presto” e lui l’ha sentito. Un’altra volta un’infermiera non ce l’ha fatta ad entrare in camera. Ho imparato a fare da me le punture di stupefacenti. Gridava dal dolore, gridava per tutto il giorno. A questo punto ho trovato la soluzione: gli versavo tramite la cannuccia una bottiglia di vodka. Così si assopiva.

Una volta gli ho chiesto:”Ti dispiace che sei andato a Chernobyl?”. Mi ha risposto di no. Ero così felice con lui. Lo guardavo mentre si faceva la barba, mentre mangiava, mentre camminava per strada. Non potevo saziarmi, come se avessi un presentimento che non sarebbe durato a lungo. Non capisco come può piacere il proprio lavoro. A me piaceva soltanto lui. Amavo soltanto lui. Di notte grido nel cuscino per non spaventare i figli.

I parenti mi avevano suggerito di portarlo in un ospedale dove morivano gli ammalati come lui. Anche lui mi supplicava, ha consumato un quaderno per convincermi. Alla fine ho deciso di farlo. Ci sono andata con suo fratello. L’ospedale si trovava in periferia di un paesino. Quando ho visto una grande casa in legno col pozzo rovinato, i servizi fuori, la vecchiette vestite in nero, non sono nemmeno uscita dalla macchina. Gli ho detto: non ti ci porterò mai. Mai!Hanno telefonato i suoi colleghi, volevano venire a trovarlo. Gli hanno portato un diploma d’onore, una cartella rossa con il profilo di Lenin. Lo guardai e pensai: per cosa muore? I giornali scrivevano che era esploso non solo Chernobyl, ma anche il comunismo. Il profilo sulla cartella è rimasto comunque. I colleghi volevano parlargli. Lui invece si copriva la testa, aveva già paura della gente, accettava solo me.Le ultime settimane sono state più orribili. L’uomo muore da solo, in solitudine. Durante il funerale gli ho coperto la faccia con un fazzoletto. Una sua amica che mi aveva chiesto di scoprire la faccia è svenuta. Quando è morto nessuno riusciva ad avvicinarsi. I parenti non possono lavare e vestire il defunto. Ho chiamato due impiegati dell’obitorio. Anche loro che ne hanno visto di tutti i colori, mi hanno rivelato che è la prima volta che vedevano questo orrore. Ormai so come moriremo dopo una guerra atomica, dopo Chernobyl. Anche morto era caldo-caldo. Non si poteva toccarlo. Ho fermato l’orologio, erano le sette. Anche oggi è lì fermo, non si riesce a farlo partire. Il meccanico dice che il meccanismo non è rotto, però non funziona più. Mistero.

I primi giorni senza di lui. Avevo sonno, ho dormito per due giorni. Mi alzavo solo per prendere un po’ d’acqua. Prima di morire mi ha scritto: “Fai bruciare il mio corpo, non voglio che tu abbia paura”. Perché ha deciso così? Ho letto che la gente si aggira senza avvicinarsi alle tombe dei vigili del fuoco di Cernobyl morti negli ospedali di Mosca e sepolti nei dintorni, a Mytishi. Non seppelliscono accanto neanche i loro defunti, hanno paura perché nessuno sa cosa è Chernobyl. Ero seduta accanto a lui quando era appena morto. Improvvisamente ho visto una nuvola salire sopra il suo corpo. Era la sua anima. Nessuna l’ha vista, io invece sì. Ho avuto l’impressione che ci siamo rivisti un’altra volta… Chi me l’ha tolto? Per quale diritto? Hanno portato il precetto il 19 di ottobre 1986. Come se fosse la guerra…

Ero felicissima da impazzire. Non so come vivrò. Cosa mi ha salvato? Il nostro figlio. E’ ammalato. E’ già cresciuto, ma guarda il mondo con gli occhi felici di un bambino di 5 anni. Si trova nell’ospedale psichiatrico. Questa era la sentenza dei medici: per sopravvivere deve rimanere sempre lì. Ci vado ogni fine settimana. Mi chiede sempre: “Dove è il papà? Quando verrà?”. Chi altri me lo potrà mai chiedere? L’aspetta. Vivremo insieme con mio figlio. Io reciterò la mia preghiera di Chernobyl e lui guarderà il mondo con gli occhi da bambino…

tratto da Il Fatto Quotidiano

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